Dovranno affrontare un processo per estorsione aggravata dal metodo mafioso Maria Concetta Riina, figlia del boss di Cosa Nostra Totò Riina, e il marito Antonino Ciavarello. Il gip di Firenze Anna Liguori ha disposto il rinvio a giudizio della coppia, accusata di aver spillato denaro e beni a due imprenditori toscani attraverso pressioni e messaggi minatori.
L’accusa: pressioni e minacce velate
Secondo la ricostruzione del pm antimafia Antonio Nastasi, che ha condotto le indagini, i due coniugi avrebbero contattato ripetutamente le vittime nel corso del 2024 tramite sms e telefonate, adducendo come pretesto gravi difficoltà economiche. Dietro le richieste di aiuto si sarebbero celate, secondo l’accusa, minacce non esplicite ma percepibili, aggravate dal richiamo al metodo mafioso.
Un elemento rilevante emerso dalle indagini riguarda la posizione di Ciavarello: pur trovandosi detenuto nel carcere di Chieti, avrebbe continuato a sollecitare con insistenza somme di denaro tramite messaggi telefonici, senza che la reclusione interrompesse la presunta attività estorsiva.
Un imprenditore avrebbe ceduto, l’altro no
Le pressioni avrebbero avuto esito diverso sui due imprenditori coinvolti. Uno di loro, originario della provincia di Siena, avrebbe consegnato a Maria Concetta Riina circa 1.000 euro in contanti e un pacco di generi alimentari da 45 chili, per un valore stimato di 350 euro. Il secondo imprenditore, residente nel Pisano, non avrebbe invece ceduto alle richieste.
La prima udienza del processo, che si celebrerà davanti alla terza sezione del tribunale di Firenze, è fissata per il 27 gennaio 2027. Interpellata nei mesi scorsi, Maria Concetta Riina ha respinto ogni accusa con parole nette: «Noi siamo sempre gli stessi, le persone non cambiano».
