Dal mercato di Vittoria ai banchi della grande distribuzione di Bologna, il divario tra quanto viene pagato all’agricoltore e il prezzo finale supera il 1000 per cento. È un abisso che penalizza chi coltiva la terra e, allo stesso tempo, chi fa la spesa. Dietro questa forbice c’è un andamento dei prezzi crescente e difficile da controllare, legato alle condizioni climatiche, alla logistica e ai trasporti. Il carburante è aumentato del 40 per cento. I prezzi di vendita salgono, mentre i guadagni dei coltivatori si assottigliano fino ad azzerarsi, e in alcuni casi diventano perdite consistenti.
Sono in molti, tra i produttori siciliani, a denunciare prezzi alla produzione insufficienti a coprire i costi reali e i rincari di materie prime come fertilizzanti e gasolio. In alcuni periodi dell’anno si sono registrati veri e propri crolli, come è accaduto con gli agrumi e la frutta estiva.
Il quadro cambia per i prodotti serricoli, come i pomodori Piccadilly, Ciliegino e Datterino. Qui a colpire sono state le anomalie climatiche e il caldo torrido, estesi su tutta l’Isola e in particolare sull’intero angolo delle pianure iblee, da Pachino fino al Vittoriese e a Licata. I raccolti sono stati decimati. I prezzi alla produzione sono rimasti alti, ma con volumi venduti minimi, e i produttori si sono ritrovati con le mani vuote.
Nel bacino della Val di Noto, meno del 25 per cento dei produttori è aggregato a grandi cooperative. La maggior parte vende singolarmente a intermediari, senza la forza commerciale per imporre il prezzo di acquisto alla grande distribuzione.
Il valore se ne va dalla Sicilia
Il punto più delicato riguarda ciò che accade dopo la raccolta. In Sicilia mancano grandi centri di confezionamento del pomodoro, dove lavarlo, selezionarlo e inserirlo in vaschette con codice a barre, etichetta obbligatoria nei supermercati. Così il prodotto lascia l’Isola “grezzo”, dentro grandi cassette di plastica.
Le piattaforme di Bologna ricevono il pomodoro, lo selezionano e lo confezionano. Su questa fase pesano costi che assorbono il 30-40 per cento del valore di mercato finale. A complicare ulteriormente il quadro ci sono i rincari lungo la filiera commerciale, a partire dalla GDO, che variano dal 100 al 300 per cento rispetto al prezzo pagato alla piattaforma.
Anche la logistica incide pesantemente. Le recenti proteste dei trasportatori su gomma, provocate dal caro carburante, hanno aggravato una catena già sotto pressione. Spostare merce deperibile dalla Sicilia alla piattaforma logistica del Nord resta un costo molto elevato, che inevitabilmente si scarica sul prezzo finale.
Manca poi una filiera industriale strutturata per trasformare il pomodoro in polpe, passate, concentrati, pelati e salse. Il valore aggiunto di quella lavorazione prende la strada del Nord. Il risultato è che a guadagnarci davvero non sono i coltivatori, ma le grandi piattaforme di logistica, i commercianti all’ingrosso del Centro-Nord e, come sempre, la grande distribuzione.
A tutto questo si aggiunge l’isolamento infrastrutturale dell’Isola, dovuto a strade spesso precarie e, soprattutto, alla carenza di collegamenti aerei cargo. È un handicap storico che penalizza l’export dei prodotti freschi dell’agroalimentare e dell’artigianato locale.
Eppure l’ortofrutta siciliana è apprezzata in tutta Europa e in America. Sarebbe una svolta poterla spedire per via aerea la sera e ritrovarla freschissima la mattina dopo nei supermercati del Centro e del Nord Italia, a Monaco di Baviera, Berlino, Londra, Parigi, fino a New York e Montreal.
I numeri rendono evidente lo squilibrio. Nel 2024 il fatturato medio dei maggiori gruppi della GDO si è aggirato sui 109,8 miliardi di euro. Nel 2025 e nel 2026 le vendite hanno registrato finora un aumento del 4,3 per cento, che ha spinto il fatturato oltre i 114 miliardi di euro. Il valore stimato dei guadagni dei coltivatori di pomodoro in Sicilia, invece, si aggira tra i 450 e i 550 milioni di euro.
Il confronto è netto: la grande distribuzione cresce, mentre la parte che torna ai produttori siciliani resta ridotta. Resta da capire se la nascita di centri di confezionamento e di una filiera di trasformazione in Sicilia potrà riportare sull’Isola una parte di quel valore che oggi prende altre strade.
