Per 29 deputati dell’Ars su 70 le dimissioni di Renato Schifani non sono solo una questione politica: se si andasse alle urne prima di maggio, i parlamentari al primo mandato non maturerebbero la pensione. Ed è proprio dai deputati che arriva la spinta più forte perché il presidente della Regione non lasci subito.
La regola è fissata dalla legge: l’assegno scatta al compimento di quattro anni e sei mesi di mandato, traguardo che questa legislatura raggiungerà soltanto a maggio. I deputati considerati «a rischio» sono 29 su 70. Chiudere in anticipo la legislatura significherebbe mettersi contro una fascia di parlamentari su cui i partiti contano per i voti.
Un modo per aggirare l’ostacolo, in realtà, ci sarebbe: andare al voto a marzo e rinviare l’insediamento dell’Ars fino a maggio, perché i tempi tecnici di proclamazione degli eletti e prima seduta lo consentirebbero.
Dai leader il no alle dimissioni immediate
Ogni leader di partito sentito da Schifani gli ha sconsigliato di lasciare subito, e a chiederglielo con più insistenza sono stati i deputati. Pesano anche i conti della Regione: sul tavolo ci sono la manovra correttiva da oltre 600 milioni e la Finanziaria da 2 miliardi, oltre alla capacità dei partiti di organizzarsi per una campagna elettorale con un anno di anticipo.
Dimettersi adesso produrrebbe poi un effetto che Forza Italia nazionale intende evitare: Finanziaria e bilancio non potrebbero essere varati a dicembre e la Regione finirebbe in esercizio provvisorio, cioè con la spesa a regime ridotto, in piena campagna elettorale.
La manovra approda in aula in un clima da rompete le righe
Intanto l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino ha raggiunto Schifani per fare il punto sulla manovra, che da martedì prossimo sarà votata dall’Aula in un clima surreale, da rompete le righe. Alcuni forzisti rimasti accanto al presidente hanno suggerito di racchiudere le misure più urgenti (agricoltura, pesca, caro carburanti e poco altro) in un maxi emendamento da approvare in fretta, per chiudere la partita senza regalare vantaggi all’opposizione, pronta a erigere un muro davanti ai 150 articoli da votare.
Il segretario della Cisl, Leonardo La Piana, ha dato voce al diffuso «timore che in questa fase delicata possano essere trascurate le necessità e le urgenze che riguardano concretamente la vita dei siciliani. A famiglie, lavoratori, giovani, anziani e persone fragili servono risposte concrete».
Lo strappo con Tajani e la minaccia delle dimissioni
Sullo sfondo c’è la frattura tra Schifani e i vertici del partito. Martedì notte il presidente e il segretario nazionale Antonio Tajani sono rimasti al telefono per venticinque minuti, gridandosi addosso, senza fare alcun passo indietro. Schifani ha rivendicato il diritto a ricandidarsi «per aver risanato il bilancio della Regione» e ha ricordato «di aver portato Forza Italia al 24% in Sicilia». Tajani ha replicato che «l’immagine della Sicilia è devastata dalle inchieste e rappresentata per ora da Armao». Da quel confronto è emerso con chiarezza che la decisione di cambiare candidato era già stata presa.
Schifani ha risposto agitando lo spettro delle dimissioni, una mossa da scacchista rafforzata dalla notizia, fatta trapelare in mattinata, di una giunta convocata per le 11 del giorno dopo. Ma le dimissioni non erano in programma: le elezioni anticipate non le vuole nessuno, almeno non così a ridosso. Tenere sul tavolo l’ipotesi di un addio lampo serve al presidente per mantenere aperta la trattativa sul proprio futuro. Sa che il centrodestra non è pronto a votare prima della primavera e che dimettersi in questi giorni significherebbe portare la Regione alle urne sotto Natale, senza che Forza Italia abbia ancora un candidato.
In pole, per il partito azzurro, ci sono Minardo e il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, nomi che non entusiasmano i meloniani e che potrebbero rinvigorire l’area interna al partito della premier che rivendica la presidenza della Regione, persa quando Forza Italia, allora guidata da Micciché, estromise Musumeci. Non a caso il commissario Luca Sbardella ha sempre ripetuto che «se Forza Italia cambia, nella partita ci siamo anche noi».
La trattativa e il piano di Tajani
Mentre minacciava di lasciare, Schifani ha chiamato chi gli era rimasto vicino per provare a ribaltare un verdetto che Tajani ha già scritto. In questo quadro vanno lette le note di apprezzamento arrivate dall’Mpa con Roberto Di Mauro e dalla Dc con Carmelo Pace. Più sfumata la posizione di Ignazio La Russa: il presidente del Senato, contattato già martedì notte, ha confermato il sostegno di Fratelli d’Italia, precisando però che nemmeno questo può scavalcare una decisione interna a Forza Italia. Una risposta più o meno simile è arrivata da Salvini. Nessuna nota pubblica a favore del presidente è giunta invece dai deputati forzisti siciliani nel giorno successivo alla telefonata.
La crisi riporta all’incontro che dovrebbe tenersi martedì o mercoledì prossimi a Roma, promosso da Minardo. Dopo la lite con Tajani i canali ufficiali tra Schifani e il partito sono interrotti, ma i mediatori sono al lavoro per sbloccare una trattativa finora soffocata dall’ira, e non è dato sapere se il presidente accetterà il piano.
Forza Italia lavora a un’uscita concordata da Palazzo d’Orleans a gennaio, dopo la manovra correttiva e la Finanziaria: si voterebbe ad aprile e i deputati al primo mandato resterebbero formalmente in carica fino a maggio, maturando il diritto alla pensione.
Tajani partirà dal presupposto che il partito non intende ricandidare Schifani, pur riconoscendogli «grandi risultati». Il ministro degli Esteri sottolineerà che Forza Italia non chiede le dimissioni: l’uscita concordata riguarda il futuro a medio termine del presidente, cui verrebbe prospettato un ritorno al Senato nella prossima legislatura. Nient’altro, perché nessuno, nell’attuale situazione politica, può promettere incarichi di governo o simili.
L’opposizione tra candidature e piazza
L’opposizione intanto soffia sul fuoco e spera di ricomporre in fretta le proprie divisioni, che hanno prodotto più candidature: Antonello Cracolici (Pd), Emiliano Abramo, Nuccio Di Paola (5 Stelle), Ismaele La Vardera (Controcorrente) e Pietro Bartolo (Italia Viva). Martedì prossimo i partiti del campo largo si ritroveranno insieme sotto Palazzo d’Orleans per chiedere le dimissioni di Schifani. Di Paola, nell’attesa, ha chiesto di convocare il tavolo di coalizione, mettere da parte le primarie e puntare su un candidato federatore, che presenti accanto alla lista del suo partito anche una lista del presidente, per dare valore aggiunto alla coalizione e non spingere soltanto il proprio simbolo.

