PALERMO – Giuseppe Calvaruso, indicato come il boss di Pagliarelli, è stato condannato a 18 anni e mezzo di carcere per aver gestito un imponente giro di droga. A pronunciare il verdetto è stata la terza sezione della Corte d’Appello, chiamata a giudicare di nuovo il caso dopo l’annullamento con rinvio deciso dalla Cassazione.
Per Calvaruso è un ribaltamento totale rispetto al primo grado, che si era chiuso con l’assoluzione. Dopo quella decisione sono però saltate fuori le chat sul traffico di stupefacenti e il giudizio è stato rovesciato, fino alla pena più alta tra quelle inflitte agli imputati.
La sentenza è stata emessa il 30 settembre dal collegio presieduto da Enzo Agate. Si tratta di una pronuncia di secondo grado, che può essere ancora impugnata con un ricorso in Cassazione.
Il percorso giudiziario è stato lungo e articolato: dal blitz del 2021 all’assoluzione in primo grado, fino all’intervento della Cassazione, che ha annullato con rinvio e ha imposto ai giudici d’Appello di riesaminare la vicenda. È in questo nuovo giudizio che è arrivata la condanna.
Le condanne per gli altri imputati
Il verdetto riguarda l’intero gruppo finito a processo. Giovanni Caruso, assistito dall’avvocato Tommaso De Lisi, è stato condannato a 11 anni e 4 mesi: in precedenza ne aveva avuti 12, ma questa volta è stato assolto da uno dei capi di imputazione.
Angelo Costa, difeso dagli avvocati Angelo Barone e Antonio Turrisi, ha avuto 10 anni e 8 mesi, due mesi in meno rispetto al primo grado perché è venuta meno la recidiva, l’aggravante legata ai precedenti. A Francesco Duecento sono stati inflitti 6 anni e 8 mesi.
Pene più contenute per le altre posizioni: 2 anni ad Antonio Giordano, per spaccio, e un anno e 4 mesi ciascuno ad Antonia e Filippo D’Alessandro, condannati per favoreggiamento.
Dalla Calabria alla Spagna: la rotta della droga
Stando a quanto ricostruito nel processo, la cocaina arrivava dalla Calabria, mentre l’hashish giungeva dalla Campania dopo che i corrieri lo avevano ritirato a Malaga, in Spagna. Un traffico che, secondo le carte del procedimento, coinvolgeva più regioni e un altro Paese.
Una volta in città, la droga veniva stoccata in diversi magazzini. Il più grande si trovava in via Ernesto Basile, nella zona dell’Università. Nelle piazze di spaccio lavoravano decine di persone, tra cui molte appartenenti a interi nuclei familiari.
Ne emerge un sistema organizzato su più livelli: l’approvvigionamento fuori regione e all’estero, lo stoccaggio nei depositi cittadini e la vendita al dettaglio affidata a una rete capillare di spacciatori.
Il blitz del 2021 e l’arresto al ritorno dal Brasile
Il processo nasce dal blitz dei carabinieri dell’aprile 2021, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha portato davanti ai giudici Calvaruso e gli altri imputati. Poco prima il boss era stato arrestato in un’altra operazione, appena atterrato a Palermo proveniente dal Brasile, dove – secondo gli inquirenti – avrebbe contribuito a ripulire una montagna di denaro grazie all’aiuto di insospettabili professionisti.
Dalla mafia alla droga: l’ascesa e il caso Motisi
Alla condanna per mafia si aggiunge così quella per droga. Calvaruso aveva scalato le gerarchie dell’organizzazione e, agli esordi, avrebbe dimostrato il proprio valore coprendo la latitanza di Giovanni Motisi, in fuga dal 1998.
Proprio passando al setaccio la vita del boss, gli investigatori erano arrivati alle ultime notizie certe sulla presenza di Motisi in Sicilia: una casa in una contrada di Casteldaccia, dove si tenne una riunione di famiglia per festeggiare un compleanno, e via Enrico Toti, poco distante dall’Università di Palermo. Un filo che racconta il peso assunto da Calvaruso negli ambienti mafiosi.
Con la decisione del 30 settembre la Corte d’Appello capovolge dunque l’esito del primo grado per il boss di Pagliarelli, mentre per gli altri imputati le pene restano pesanti, con lievi riduzioni per Caruso e Costa rispetto alla precedente sentenza.

