Strage di Monreale, la corsa disperata dei medici per salvare i ragazzi

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I medici che tentarono di salvare i ragazzi arrivati feriti dopo la sparatoria a Monreale del 27 aprile hanno ripercorso davanti ai giudici le ore drammatiche seguite alla strage di Monreale. Il loro racconto, ascoltato nell'aula del carcere di Pagliarelli dove si celebra il processo, ha restituito l'immagine di una corsa contro il tempo conclusa nel modo peggiore: nonostante ogni tentativo, nessuno dei tre giovani sopravvisse alle ferite.

I medici che tentarono di salvare i ragazzi arrivati feriti dopo la sparatoria a Monreale del 27 aprile hanno ripercorso davanti ai giudici le ore drammatiche seguite alla strage di Monreale. Il loro racconto, ascoltato nell’aula del carcere di Pagliarelli dove si celebra il processo, ha restituito l’immagine di una corsa contro il tempo conclusa nel modo peggiore: nonostante ogni tentativo, nessuno dei tre giovani sopravvisse alle ferite.

Davanti alla Corte siedono Salvatore Calvaruso, Mattias Conti e Samuel Acquisto, i tre giovani dello Zen accusati dell’eccidio. L’udienza non si è limitata alle testimonianze sanitarie: è servita anche a ricostruire quanto accadde prima che partissero i colpi di pistola, grazie alla deposizione di un testimone che quella notte assistette alla scena.

Tutto ebbe inizio nella notte tra il 26 e il 27 aprile dello scorso anno, quando le raffiche esplose tra la folla in via Benedetto D’Acquisto lasciarono le tre vittime a terra in fin di vita. Da quel momento i soccorritori si divisero tra la strada e gli ospedali, in una gara contro il tempo che i sanitari hanno rievocato nei dettagli davanti alla Corte.

Turdo, due colpi di pistola e il cuore fermo

Quando i soccorritori lo trovarono in piazza Vittorio Emanuele, Salvatore Turdo era privo di coscienza e il suo cuore aveva smesso di battere. Due proiettili lo avevano raggiunto, uno alla spalla sinistra e l’altro al fianco destro. Le manovre di rianimazione cominciarono senza attendere, già sul posto. Il giovane fu poi trasferito in ambulanza all’ospedale Ingrassia, dove arrivò poco prima delle due senza polso e senza respiro. I medici lo intubarono, continuarono la rianimazione e gli somministrarono adrenalina, ma alle 2.33 non poterono fare altro che constatarne il decesso.

Pirozzo e Miceli, gli ultimi tentativi

Alle 1.42 era giunto nello stesso ospedale Massimo Pirozzo, accompagnato da un amico, con una grave ferita al collo e il sangue che gli usciva dalla bocca. Anche per lui gli sforzi dei sanitari si rivelarono vani: morì tre minuti dopo Turdo.

Altrettanto disperata la situazione di Andrea Miceli, portato all’ospedale Civico in arresto cardiorespiratorio. Al pronto soccorso i medici riuscirono a far ripartire il cuore, ripristinando la circolazione, e lo trasferirono in Rianimazione, ma si trattò soltanto di una tregua temporanea. Il venticinquenne morì alle 9.31 del mattino. Le tre morti furono dunque constatate nell’arco della notte e della prima mattinata.

Il testimone: dalla lite alla rissa

Nella stessa udienza ha preso la parola um testimone , che ha indicato in Acquisto il conducente della Bmw Gs fermatasi davanti al bar 365. Non è riuscito invece a identificare con certezza Conti: lo aveva visto per un solo istante, ha spiegato.

Sull’origine della lite da cui scaturì la sparatoria, il testimone ha confermato che i giovani palermitani erano già in sella alle moto e stavano per andare via quando nacque la discussione con Turdo. Nel giro di pochi istanti il diverbio degenerò in rissa. Il teste ha ricordato la violenza dello scontro, con sedie, tavolini e bottiglie lanciati in aria. Miceli provò a separare i contendenti, ma la situazione precipitò: furono esplosi colpi ad altezza d’uomo e scoppiò il fuggi fuggi generale. Fu allora che il testimone si allontanò per mettere al riparo la compagna e i due figli piccoli.

Le altre testimonianze e le accuse

Gli altri testimoni ascoltati in aula non hanno fornito elementi significativi: alcuni si trovavano troppo lontani per osservare con precisione la sequenza dei fatti.

Per la Procura, rappresentata dai pubblici ministeri Luisa Vittoria Campanile e Maurizio Bonaccorso, a sparare sarebbero stati Calvaruso e Conti, mentre Acquisto avrebbe incitato il primo a fare fuoco. Come sempre in questa fase, la ricostruzione dell’accusa dovrà trovare conferma nel dibattimento, che si svolge davanti alla Corte d’assise presieduta da Angelo Pellino e proseguirà il 3 novembre.

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