Comunioni rinviate a Palermo, Confimprese non ci sta: la proposta all’Arcivescovo

Confimprese Palermo propone all'Arcivescovo Lorefice un percorso intensivo per riavviare le Prime Comunioni già nel 2027
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Confimprese Palermo torna a farsi sentire sul fronte del rinvio delle Prime Comunioni, inviando all’Arcivescovo metropolita Corrado Lorefice una proposta concreta per riavviare le celebrazioni sacramentali a partire dal 2027. L’associazione di categoria chiede espressamente un riscontro pubblico e circostanziato da parte della Curia, dopo mesi di silenzio sulle sollecitazioni degli operatori economici del settore.

Al centro della proposta c’è un meccanismo simile ai corsi di recupero scolastico: i bambini più grandi, ovvero quelli che per primi dovrebbero completare il percorso catechistico riformato, seguirebbero un ciclo formativo intensivo nell’arco di un solo anno pastorale, il 2026-2027, invece di diluirlo nelle due o tre annualità previste dal nuovo impianto. Il presidente Giovanni Felice tiene a precisare che non si tratta di uno smantellamento del progetto pastorale né di un taglio ai contenuti: resterebbe compito esclusivo della Curia, dei catechisti e delle parrocchie stabilire numero di gruppi, calendario e metodologia didattica. Dall’anno successivo, sottolinea Felice, il nuovo percorso proseguirebbe regolarmente secondo i tempi già fissati.

Nella missiva, Confimprese ripercorre i tentativi di apertura di un tavolo di confronto, rimasti senza esito nonostante una nota formale inviata lo scorso 18 maggio. L’associazione contesta inoltre la replica diffusa dalla Curia lo scorso marzo, giudicata elusiva rispetto alla questione centrale: se sia possibile conciliare gli obiettivi pastorali con un’attenzione concreta alle ricadute su famiglie, bambini e attività economiche del territorio.

Viene anche richiamato l’anno pastorale 2024-2025, individuato dalle disposizioni transitorie arcidiocesane del 31 agosto 2024 come fase dedicata all’approfondimento dei sussidi catechistici e alla sensibilizzazione delle comunità. Per Felice è legittimo chiedersi oggi quali frutti concreti abbia prodotto quella fase preparatoria.

Il documento respinge con decisione l’idea di una contrapposizione tra interessi economici e valori religiosi. Gli imprenditori coinvolti, si legge, sono anzitutto genitori, fedeli e membri della comunità parrocchiale, spesso titolari di piccole attività a conduzione familiare: fotografi, ristoratori, parrucchieri, artigiani e rivenditori di articoli per cerimonie. Riconoscere il peso economico della questione, ribadisce Felice, non significa anteporre il guadagno alla persona, ma prendere atto che il lavoro è parte integrante della vita familiare e comunitaria. L’obiettivo dichiarato è evitare che alcuni ragazzi arrivino al sacramento a dodici, tredici o quattordici anni, con il rischio concreto di allontanarsi progressivamente dal percorso di fede intrapreso.

Anche sul tema dei festeggiamenti, spesso criticati come eccessivi rispetto al significato religioso del sacramento, Felice invita a distinguere: gli eventuali eccessi consumistici sono un problema reale su cui la Chiesa può richiamare le famiglie alla sobrietà, ma la durata del percorso catechistico non incide sulle scelte organizzative di una celebrazione familiare, che continuerebbe comunque a comprendere pranzi, fotografie e regali.

Chiudendo la lettera, Felice si augura che l’assenza di riscontro finora registrata sia frutto di un disguido più che di una scelta deliberata di non ascoltare una parte della comunità. Sottolinea che il dialogo richiesto non implica l’accettazione automatica della proposta, ma quantomeno una sua valutazione e una risposta motivata. In assenza di segnali da parte della Curia, l’associazione preannuncia che sarà costretta a ricorrere a iniziative pubbliche e a strumenti di rappresentanza più incisivi.

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