Un nome che fa paura, il “batterio mangiacarne”, e una notizia che sta circolando sui social generando allarme tra chi frequenta le coste siciliane. Ma la sua presenza nelle acque dello Stretto di Messina non è una scoperta di queste settimane: risale a uno studio del 2005.
A far tornare d’attualità il Vibrio vulnificus sono stati alcuni casi registrati negli Stati Uniti, in particolare in Florida, dove secondo i dati aggiornati al 6 agosto 2026 dal locale Dipartimento della Salute si contano 14 casi confermati e 2 decessi dall’inizio dell’anno. Numeri che, uniti al ricordo di una ricerca scientifica siciliana di vent’anni fa, hanno alimentato timori non del tutto giustificati.
Fu infatti un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia Marina dell’Università di Messina a individuare, in un lavoro del 2005, il batterio in campioni di acqua e plancton raccolti in una zona costiera dello Stretto. Una rilevazione scientificamente rilevante, ma che non equivale, spiegano gli esperti, a un’emergenza sanitaria in corso.
L’Istituto Superiore di Sanità ha voluto fare chiarezza, definendo il rischio di contrarre l’infezione nelle acque italiane “estremamente basso”, pur confermando che il microrganismo è stato individuato anche nel nostro Paese in passato.
Il Vibrio vulnificus vive naturalmente negli ambienti marini costieri e prospera soprattutto in acque calde e a bassa salinità: condizioni meno frequenti nel Mediterraneo rispetto ad altre aree, come alcune zone del Baltico o del Mar Nero, dove l’attenzione degli esperti europei resta più alta. Il batterio può penetrare nell’organismo attraverso una ferita esposta all’acqua contaminata oppure tramite il consumo di molluschi crudi o poco cotti, specialmente ostriche.
Il soprannome che lo ha reso famoso deriva dalle forme più severe dell’infezione, capaci in alcuni casi di provocare una fascite necrotizzante. Non si tratta però dell’esito più comune: la stragrande maggioranza di chi frequenta il mare non sviluppa alcuna infezione grave. A dover prestare maggiore attenzione sono le persone con patologie croniche del fegato, diabete, tumori, HIV o altre condizioni che abbassano le difese immunitarie, in particolare in presenza di ferite o abrasioni.
Riconoscere i primi segnali resta fondamentale: rossore, dolore intenso, gonfiore e secrezioni nella zona di una ferita esposta al mare richiedono di consultare rapidamente un medico, così come febbre, nausea e dolori addominali dopo il consumo di frutti di mare crudi.
Le precauzioni indicate dagli esperti restano semplici: evitare il bagno con ferite aperte o proteggerle con medicazioni impermeabili, lavare accuratamente eventuali tagli entrati in contatto con l’acqua e non consumare molluschi crudi, soprattutto per le categorie più vulnerabili. Un monitoraggio che, con l’aumento delle temperature marine legato ai cambiamenti climatici, la comunità scientifica europea promette di seguire con crescente attenzione nei prossimi anni.
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