Stava scontando l’ergastolo, eppure continuava a comandare. Raffaele Galatolo, 75 anni, storico capofamiglia dell’Acquasanta — il borgo marinaro alle porte di Palermo da decenni sotto l’ombra di Cosa Nostra — aveva ottenuto la semilibertà e lavorava in un’associazione di volontariato. Una copertura, secondo gli inquirenti: dietro quella facciata continuava a dirigere il clan, gestire gli affari e mantenere i rapporti con gli uomini d’onore. L’operazione del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza lo ha riportato in carcere insieme ad altri dodici indagati.
Gli otto in carcere e i cinque ai domiciliari: tutti i nomi
Il gip del Tribunale di Palermo ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio. Destinati al carcere: Raffaele Galatolo (75 anni), Angelo Galatolo (60 anni), Angelo Galatolo (38 anni), Pietro Magrì (80 anni), Paolo Manno (43 anni), Benedetto Marciante (73 anni), Davide Matassa (40 anni) e Stefano Fidanzati (78 anni).
Ai domiciliari sono finiti Luigi Costa (67 anni), Luigi Di Francesco (68 anni), Fabio Ferrara (53 anni), Gaetano Pensavecchia (65 anni) e Antonio Sireno (57 anni). Il totale degli indagati nell’inchiesta raggiunge 45 persone.
Galatolo e Fidanzati: due cognomi storici di Cosa Nostra di nuovo in manette
Il nome Galatolo è da decenni sinonimo di potere mafioso all’Acquasanta, mandamento tra i più radicati di Palermo. La presenza di tre componenti della stessa famiglia tra gli arrestati — con due omonimi Angelo Galatolo di generazioni diverse — restituisce l’immagine di una struttura criminale tramandata nel tempo, capace di sopravvivere alle operazioni repressive rinnovandosi al proprio interno.
Accanto a Galatolo, spicca il nome di Stefano Fidanzati, 78 anni, altra figura storica del crimine organizzato palermitano, appartenente a una famiglia che ha segnato pagine oscure della storia di Cosa Nostra. L’inchiesta ha consentito di ricostruire gli organigrammi aggiornati delle famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella — due quartieri del waterfront palermitano che compongono il mandamento di Resuttana — fino all’attuale assetto verticistico, che riparte dal vuoto lasciato dalla collaborazione di Giovanni Ferrante, il vecchio capofamiglia che scelse di diventare testimone di giustizia.
Scommesse clandestine, società fantasma e una rete di prestanome insospettabili
L’inchiesta poggia su un’ossatura solida: intercettazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e accertamenti finanziari e patrimoniali. I reati contestati sono associazione mafiosa, favoreggiamento personale, bancarotta fraudolenta, riciclaggio, reimpiego, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed esercizio abusivo di attività di scommesse.
Per la famiglia dell’Arenella, gli investigatori hanno ricostruito un sistema di società fittiziamente intestate a incensurati prestanome, utilizzate per reimpiegare capitali illeciti lontano dagli occhi del fisco e delle forze dell’ordine. Sul versante dell’Acquasanta, invece, emergeva una rete capillare di raccolta illegale di scommesse sportive: punti gioco clandestini, quote fissate dai boss, giocate accettate esclusivamente in contanti per generare profitti in nero e ripulire denaro sporco proveniente da altre attività criminali.
Un’organizzazione che si adatta, si mimetizza e si rinnova: capace di operare persino dall’interno di una cella, sfruttando ogni spiraglio concesso dal sistema penitenziario.

