La Procura di Palermo ha disposto perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici di Salvatore Iacolino, direttore generale del Policlinico di Messina ed ex eurodeputato del Pdl. Il manager è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia.
Il provvedimento è stato eseguito mentre i magistrati coordinavano un’indagine che ha portato anche all’arresto per corruzione di un dirigente regionale e di un imprenditore ritenuto vicino alla mafia.
Secondo gli inquirenti della Dda di Palermo, guidati dal procuratore Maurizio de Lucia, Iacolino avrebbe messo a disposizione del boss di Favara Carmelo Vetro, suo compaesano e già condannato per associazione mafiosa, l’influenza e la rete di relazioni maturate durante la sua attività politica e amministrativa.

L’accusa sostiene che il manager avrebbe sfruttato il ruolo ricoperto alla Regione come dirigente generale del dipartimento Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute per favorire il rafforzamento del clan di Favara.
Secondo la ricostruzione dei pm, l’ex parlamentare europeo avrebbe sostenuto gli interessi economici del capomafia e di persone a lui vicine, tra cui l’imprenditore Giovanni Aveni. In diverse occasioni avrebbe fornito informazioni su procedure amministrative in corso o favorito incontri con funzionari regionali di primo piano.
Tra i nomi citati nell’indagine figurano il manager dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, la vicepresidente della commissione Antimafia siciliana Bernardette Grasso e il capo della Protezione civile Salvatore Cocina.
Gli investigatori ritengono inoltre che Iacolino, quando era direttore generale della Pianificazione strategica dell’assessorato alla Salute, avrebbe compiuto atti contrari ai propri doveri d’ufficio, sollecitando ripetutamente i vertici amministrativi dell’Asp di Messina su procedimenti indicati da Vetro.
Sempre secondo l’accusa, l’ex eurodeputato non avrebbe segnalato la precedente condanna per mafia del boss e avrebbe favorito la creazione di canali riservati con dirigenti dell’amministrazione regionale per permettergli di ottenere lavori nel settore pubblico.
In cambio avrebbe ricevuto finanziamenti per campagne elettorali e promesse di assunzione di lavoratori. L’inchiesta della Dda prosegue per chiarire ulteriormente il sistema di relazioni e i presunti vantaggi ottenuti dal clan.

