Appalti in mano alla mafia: 12 misure cautelari tra Sicilia e Calabria

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Un’azienda “fantasma” che controllava dietro le quinte appalti pubblici milionari tra Sicilia e Calabria, con la regia occulta di un uomo già condannato per legami con la mafia dei “barcellonesi”. È quanto ha scoperto la Direzione distrettuale antimafia di Messina, che ha coordinato l’operazione dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale, sfociata in 12 misure cautelari.

Il provvedimento è arrivato al termine degli interrogatori preventivi di 16 dei 20 indagati complessivi. Sei persone, ritenute promotrici e gestrici di fatto del gruppo criminale, sono finite agli arresti domiciliari. Per altri sei indagati, imprenditori considerati concorrenti esterni del sodalizio, è scattato il divieto temporaneo di contrarre con la pubblica amministrazione.

L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla gestione della fase esecutiva di importanti appalti pubblici, aggiudicati soprattutto dal Consorzio autostrade siciliane, oltre che dall’Ufficio regionale del Genio civile di Trapani, dal Comune di Brolo e dalla Città metropolitana di Reggio Calabria. Le imprese formalmente affidatarie subappaltavano illecitamente lavori, manodopera e mezzi a un’organizzazione parallela, il cui controllo totale faceva capo a un soggetto già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dalla denuncia del 2021 alle intercettazioni

Tutto è partito da una denuncia presentata nel novembre 2021 presso una Stazione dei carabinieri della provincia di Messina. Il legale rappresentante di un consorzio di imprese aveva segnalato, in un cantiere pubblico per il risanamento costiero, la presenza anomala di un imprenditore messinese di 61 anni, a lui noto per la sua caratura criminale di stampo mafioso.

L’uomo, nonostante la condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa legata alla famiglia dei barcellonesi, era stato notato in abiti da cantiere mentre conferiva con l’amministratore di fatto di un’impresa individuale. Una segnalazione che il procuratore Antonio D’Amato ha definito “rivelatrice del concreto rischio di un’infiltrazione della criminalità organizzata tirrenica nel settore degli appalti pubblici”, punto di partenza di intercettazioni telefoniche e ambientali, affiancate da accertamenti economico-finanziari e controlli fiscali.

Le indagini hanno ricostruito come l’organizzazione ombra, diretta occultamente dal 61enne, avesse assunto il controllo esecutivo di diverse commesse: la sistemazione idraulica del Torrente “Pozzo” a Brolo, la manutenzione degli impianti elettrici lungo le autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, gli interventi sui cavalcavia dell’A18, la pulitura del fiume Belice a Partanna e le opere per l’efficientamento energetico del Centro direzionale di Reggio Calabria.

Nei cantieri autostradali sono emerse condotte definite “pericolose per la sicurezza pubblica”: impianti di illuminazione nelle gallerie non conformi al capitolato d’appalto, impermeabilizzanti scadenti sui cavalcavia non accettati dalla Direzione dei lavori, e un uso sistematico di manodopera irregolare.

Per ripulire il denaro sottratto agli appalti, il gruppo si affidava a un meccanismo di autoriciclaggio basato su fatture false per forniture di carburante mai avvenute, emesse dal gestore di una stazione di servizio compiacente. Le ditte versavano bonifici tracciati, il gestore restituiva il contante trattenendo una provvigione, e i vertici del sodalizio usavano quei soldi anche per pagare in nero operai e collaboratori. Il giro di fatture false accertato ammonta a circa 377 mila euro.

Le indagini della Dda di Messina proseguono per fare piena luce su eventuali ulteriori ramificazioni dell’organizzazione negli appalti pubblici siciliani e calabresi.

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