Il paesaggio più sorprendente del Tirreno non è in Sardegna: è in Sicilia, dove le lagune nascono ai piedi di una città greca

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Il paesaggio più sorprendente del Tirreno non è in Sardegna: è in Sicilia, dove le lagune nascono ai piedi di una città greca

Quando si pensa alle lagune più belle d’Italia, la mente corre quasi automaticamente alla Sardegna, alle acque ferme e color smeraldo che si nascondono dietro le dune del Nord, ai lidi che sembrano ritagliare un pezzo di Tropici nel Mediterraneo. Eppure esiste, sulla costa settentrionale della Sicilia, un sistema di specchi d’acqua che non ha nulla da invidiare a quelli sardi — e che in più può contare su qualcosa che la Sardegna non ha: un promontorio con tremila anni di storia alle spalle e, in cima, un santuario che attira fedeli da tutto il Sud Italia.

È uno di quei luoghi che sembrano esistere apposta per smentire le mappe mentali dei viaggiatori. Il suo nome lo sveleremo tra poco. Per ora, seguiamo gli indizi.

Una lingua di sabbia tra il mare e il silenzio

Siamo sulla costa settentrionale della Sicilia, in provincia di Messina, nel tratto di litorale tirrenico che da Capo Milazzo scende verso ovest. Qui, quasi all’improvviso, la linea di costa cede e una sottile striscia di sabbia chiara separa il mare aperto da una serie di piccoli laghi costieri dalle acque calme e poco profonde.

Vista dall’alto, quella lingua di sabbia curva e si chiude su sé stessa disegnando una forma inconfondibile: il profilo di un piede. Non è una suggestione, ma la forma reale che le correnti e i sedimenti hanno plasmato nei secoli. Le acque all’interno cambiano colore con l’ora del giorno — verde tenero all’alba, blu intenso a metà mattina, quasi oro nel tardo pomeriggio.

Il promontorio con la cupola bianca

Alle spalle delle lagune, a dominare la scena dall’alto, c’è un promontorio che si allunga nel mare tirrenico come la prua di una nave. In cima, visibile da chilometri di distanza, si erge una grande basilica con una cupola bianca che sembra fluttuare tra il cielo e il blu del mare sottostante.

La costruzione moderna ospita un culto antichissimo. La figura sacra che i fedeli vengono a venerare ha una caratteristica che da secoli alimenta devozione e curiosità: la Madonna custodita in questo santuario è nera. Non per una scelta pittorica, ma per una tradizione legata alle origini stesse dell’icona.

I segni di una città perduta

Poco più in basso rispetto alla basilica, seminascosti tra la macchia mediterranea del promontorio, affiorano i resti di una città antica. Un teatro scavato nella roccia, i resti di un’ampia basilica civile romana, le tracce di mura di cinta e di terme. Tutto parla di un insediamento che ha attraversato secoli di storia, dall’epoca greca fino a quella romana, prima di essere abbandonato.

Nelle giornate più limpide, seduti sulle gradinate del teatro, lo sguardo raggiunge le sagome delle Isole Eolie. In fondo all’orizzonte, quasi sempre, c’è il pennacchio di fumo di Stromboli.

A questo punto, chi conosce la costa tirrenica siciliana avrà già capito. Stiamo parlando delle lagune di Marinello e del promontorio di Tindari, nel comune di Patti, in provincia di Messina.

La Madonna Nera e la leggenda del mare

La storia del Santuario di Tindari inizia, secondo la tradizione, con un’icona lignea di origine orientale arrivata via mare nell’Alto Medioevo. La leggenda vuole che la nave che la trasportava si fermasse davanti al promontorio e non riprendesse il largo finché l’immagine non fu sbarcata e portata in cima alla collina. Da allora il culto non si è mai interrotto, attraversando le diverse dominazioni che si sono succedute in Sicilia.

L’icona, di colore scuro quasi ebano, reca incisa la scritta “Nigra sum sed formosa” — sono nera ma sono bella, tratta dal Cantico dei Cantici — che ha alimentato nei secoli una devozione intensa. Ancora oggi migliaia di fedeli salgono al santuario il 7 e l’8 settembre, per la festa della Madonna di Tindari.

Tyndaris, la città dei Greci sul mare

Il sito archeologico di Tindari — l’antica Tyndaris — fu fondato da Dionisio il Vecchio di Siracusa nel 396 a.C. per ospitare profughi greci provenienti dalla Locride, in Calabria. La città conobbe il suo splendore maggiore in epoca romana, quando fu dotata di terme, di una grande insula a blocchi regolari e di un teatro capace di tremila spettatori.

Del teatro greco-romano colpisce soprattutto la posizione: le gradinate in pietra calcarea sono orientate verso nord e l’orizzonte, nelle giornate senza foschia, si popola dei profili delle Eolie. La basilica civile romana, con le sue navate in mattoni rossi, è tra gli esempi meglio conservati di questo tipo di edificio in tutta la Sicilia settentrionale.

Le lagune di Marinello, la riserva naturale

Ai piedi del promontorio, la Riserva Naturale Orientata Laghetti di Marinello custodisce uno degli angoli più silenziosi della costa messinese. I laghetti sono corpi d’acqua costieri formati dall’accumulo di sabbia e ghiaia trasportati dalle correnti, che nel tempo ha isolato porzioni di mare dalla grande acqua aperta.

La fauna che li abita è quella tipica delle zone umide mediterranee: aironi cenerini, gabbiani, germani reali e, nei periodi di migrazione primaverile e autunnale, fenicotteri. La spiaggia che costeggia la riserva è lunga e poco frequentata, con un’acqua che in certi punti vira verso il turchese per la bassa profondità dei fondali sabbiosi.

Quando andare

La primavera e l’inizio dell’autunno sono le stagioni giuste per Tindari e le lagune. In maggio e in ottobre la luce è quella obliqua e dorata che trasforma i laghetti in superfici cangianti e fa risaltare il bianco della basilica contro il blu del Tirreno. Le spiagge sono quasi deserte, e il silenzio che avvolge la riserva naturale lascia sentire, in certi momenti, solo il verso degli aironi e il suono del vento tra la macchia.

Tindari è uno di quei luoghi dove il paesaggio e la storia si sovrappongono senza sforzarsi. Le lagune di sotto, le rovine di mezzo, il santuario in cima: tre strati di tempo che coesistono sullo stesso pezzo di costa. È la Sicilia nella sua forma più composita — e, per questo, nella sua forma più vera.

Gaetano Ferraro è il Direttore Editoriale di Direttasicilia.it. Laureato magistrale in Geologia, dal 2012 si occupa di informazione locale con un approccio rigoroso ai temi di politica siciliana, cronaca, economia, ambiente e cultura. Il suo background scientifico gli conferisce una competenza distintiva nella trattazione delle questioni ambientali e territoriali dell'isola.