Mafia dello Jato, l’appello ribalta tutto: uno scarcerato subito dopo 4 anni

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La Corte d’Appello di Palermo ha ridefinito le pene nel processo sulla mafia di San Giuseppe Jato e San Cipirello: condanne ridotte, un’assoluzione e una scarcerazione immediata. La terza sezione, presieduta da Enzo Agata, ha modificato in parte le sentenze di primo grado nate da un’indagine dei carabinieri contro il clan operativo nella valle dello Jato.

Al centro del procedimento la famiglia Bommarito. Giuseppe Bommarito ha visto confermata la propria responsabilità, ma la pena — ricalcolata in continuazione con una condanna precedente — è scesa da 21 a 17 anni di reclusione. Suo figlio Calogero Bommarito, detenuto dal 2021, ha ottenuto invece un risultato ben più netto: la Corte ha escluso nei suoi confronti il reato di associazione mafiosa, riconoscendolo responsabile soltanto per traffico di stupefacenti. La pena è così crollata da 17 anni a 3 anni, con conseguente ordine di scarcerazione immediata. Entrambi sono difesi dall’avvocato Emilio Chiarenza.

Assolto il terzo imputato Bommarito, confermata la pena per Giangrande

Esito ancora più favorevole per Giuseppe Antonio Bommarito, figlio di Giuseppe e fratello di Calogero, imputato in un procedimento parallelo ma originato dallo stesso filone investigativo. I giudici lo hanno assolto da tutte le contestazioni, ritenendo gli elementi dell’accusa insufficienti a sostenerlo. Lo hanno assistito gli avvocati Emilio Chiarenza e Bartolomeo Parrino.

Invariata, invece, la posizione di Massimiliano Giangrande, condannato per reati in materia di stupefacenti: la pena di due anni e sei mesi fissata in primo grado è stata integralmente confermata.

L’inchiesta sulla mafia di San Giuseppe Jato: droga, estorsioni e infiltrazioni a Palermo

L’indagine dei carabinieri aveva coinvolto in tutto dieci persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione aggravata dal metodo mafioso, spaccio di stupefacenti e accesso abusivo a sistemi informatici. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il gruppo avrebbe controllato il territorio della valle dello Jato attraverso attività estorsive e traffici illeciti, con ramificazioni nei mandamenti palermitani di Santa Maria di Gesù e Porta Nuova.

La sentenza d’appello ridisegna ora le responsabilità individuali, alleggerendo in misura rilevante l’impianto accusatorio costruito nel primo grado di giudizio.


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