Carne di cavallo verso il divieto totale: multe salatissime e carcere per chi la vende

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Il fumo bianco e denso che ogni sera avvolge via Plebiscito a Catania potrebbe presto diradarsi, lasciando il posto a una domanda che sa di scontro generazionale e culturale: cosa succede quando la tradizione gastronomica si scontra con la nuova etica sociale?

La notizia è di quelle che nei mercati storici e nelle trattorie all’ombra dell’Etna fa più rumore di un’eruzione. In Senato, un disegno di legge bipartisan (firmato da M5S, Alleanza Verdi e Sinistra e Noi Moderati) punta a un traguardo storico per gli animalisti: vietare totalmente la macellazione di cavalli, asini e muli, equiparandoli per legge a cani e gatti.

Non più cibo, ma famiglia. Non più “reddito”, ma affezione.

Da cibo di recupero ad animale da compagnia

Per capire la portata di questo scontro, bisogna guardare oltre la semplice cronaca parlamentare. Storicamente, in Sicilia (e in particolar modo nel catanese), la carne equina era il simbolo di una cucina povera, figlia della necessità. Si consumavano gli animali a fine carriera lavorativa.

Oggi, quel rito di necessità si è trasformato in un pilastro dello street food identitario: il panino con la polpetta di cavallo o la fettina arrostita nelle storiche putìe della zona de La Playa o di via della Concordia è un vero e proprio rito laico. A Palermo, il colpo sarebbe attutito: il consumo è decisamente di nicchia. Ma a Catania, si tratterebbe di ridisegnare l’identità di interi quartieri.

Tuttavia, la sensibilità è cambiata. I dati di inizio 2026 parlano chiaro: le macellazioni sono in crollo verticale, passando dai 4.600 capi del 2012 ai soli 2.012 registrati a fine 2025. Il cavallo, nell’immaginario collettivo, ha ormai smesso i panni dell’animale da soma per indossare quelli del compagno di vita.

Carcere e sanzioni: cosa prevede la “rivoluzione No Dpa”

Il meccanismo della legge è chirurgico. Attualmente i cavalli si dividono in due categorie: Dpa (Destinati alla produzione alimentare) e Non Dpa. Il testo in discussione cancella questa distinzione: tutti gli equidi diventerebbero automaticamente “Non Dpa”.

Le conseguenze per chi dovesse continuare a vendere carne equina sarebbero pesantissime:

  • Reclusione: da tre mesi a tre anni.
  • Sanzioni amministrative: da 30mila a 100mila euro.
  • Registro anagrafico: obbligo di microchip e iscrizione entro due mesi, con multe fino a 50mila euro per chi omette la registrazione.

Il futuro dei macellai e l’orizzonte europeo

L’Italia non è sola in questa direzione. In Grecia il divieto esiste dal 2020, mentre nel mondo anglosassone mangiare un cavallo è un tabù culturale incrollabile. I promotori della legge hanno previsto uno “scivolo” economico: un Fondo di riconversione da 6 milioni di euro annui per aiutare le aziende della filiera a trasformare la propria attività produttiva.

Basteranno questi fondi a convincere i maestri della brace catanese a virare su altri prodotti? Il dibattito resta aperto: tra le 247mila firme raccolte dalle associazioni animaliste e il fumo delle griglie siciliane, la politica dovrà trovare una sintesi difficile tra progresso etico e tutela delle radici popolari.

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