Una pesante condanna si abbatte sul mandamento mafioso di Porta Nuova, a Palermo. Il Giudice per l’udienza preliminare, Marco Petrigni, ha inflitto pene esemplari a tre figure di spicco del clan, processati con il rito abbreviato. Nonostante lo sconto di un terzo della pena previsto dalla procedura, Paolo Suleman, già noto alle cronache per i suoi trascorsi mafiosi, è stato condannato a 19 anni di reclusione. Pene severe anche per i suoi sodali: Rosario Lo Nardo dovrà scontare 15 anni, 10 mesi e 10 giorni, mentre per Giuseppe Marano la condanna è di 14 anni e 4 mesi.
L’inchiesta, coordinata dai Carabinieri e culminata negli arresti dello scorso anno, ha svelato un sistema capillare di estorsioni. Gli imputati erano accusati di aver gestito la riscossione del pizzo ai danni di commercianti e imprenditori, un’attività criminale che seguiva un calendario quasi rituale, con le richieste di denaro concentrate nei periodi di Natale e Pasqua.
Ma dalle carte del processo emerge un quadro ancora più complesso e inquietante. Oltre al taglieggiamento, gli inquirenti hanno documentato un episodio che svela il contorto “codice d’onore” della cosca. Suleman, infatti, sarebbe intervenuto per orchestrare una violenta spedizione punitiva contro un uomo accusato di maltrattare la moglie incinta, al punto da farle rischiare un aborto. Un’azione di “giustizia” privata, decisa dal boss e immortalata dalle microspie degli investigatori. Proprio le intercettazioni ambientali si sono rivelate decisive: in un dialogo con Lo Nardo, Suleman si vantava di aver fatto pestare il marito violento e di averlo allontanato con la forza dalla sua abitazione, confermando di fatto il suo ruolo di comando e la sua capacità di imporre la propria legge nel territorio.



