Minacce e violenze in famiglia: 3 anni e mezzo di carcere per un 40enne di San Giuseppe Jato

L'uomo era solito rivolgersi alla donna con frasi intimidatorie come "Ti ammazzo, non devi più tornare a casa" e "Ti voglio mandare al cimitero"

Una lunga scia di violenze, minacce, insulti e maltrattamenti in famiglia è costata una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione a G.F., 40enne di San Giuseppe Jato. L’uomo, attualmente detenuto in carcere, è stato giudicato colpevole al termine di un processo durato poco più di un anno, celebrato presso il tribunale di Palermo.

I fatti contestati risalgono al luglio 2021, quando la convivente dell’imputato, L.H. di 40 anni, trovò il coraggio di denunciare ai carabinieri della stazione di San Giuseppe Jato gli abusi e le angherie che lei e il figlio minorenne della coppia erano stati costretti a subire per lungo tempo. Come emerso dalle indagini condotte anche dalla procura dei minori, L.H. era stata più volte picchiata e aggredita dal compagno, spesso in preda ai fumi dell’alcol.

L’uomo era solito rivolgersi alla donna con frasi intimidatorie come “Ti ammazzo, non devi più tornare a casa” e “Ti voglio mandare al cimitero”, instaurando in casa un clima di autentico terrore. Anche il figlio minore non era stato risparmiato dalla furia del padre, che in un’occasione gli aveva puntato contro una pistola per intimorirlo.

Il quadro emerso dalle indagini era quello di una persona dagli evidenti problemi di alcolismo e tossicodipendenza, ricoverato in passato presso strutture riabilitative. Un uomo pericoloso e violento, capace di rendere la vita impossibile ai propri familiari.

Al termine della camera di consiglio, il collegio giudicante presieduto da Roberto Murgia ha emesso una dura sentenza: 3 anni e 6 mesi di reclusione oltre al pagamento di 30mila euro come risarcimento danni a favore della convivente e del figlio, costituitisi parte civile con l’assistenza dell’avvocato Giada Caputo.

“In un piccolo centro come San Giuseppe Jato, una donna che trova il coraggio di rompere il muro dell’omertà denunciando abusi rappresenta un fatto di grande importanza”, ha dichiarato l’avvocato Caputo. Un gesto di ribellione civile che potrà costituire un precedente per altre vittime che soffrono in silenzio. La speranza è che questa sentenza possa segnare l’inizio di un cambiamento culturale e il superamento della mentalità che troppo spesso induce a tollerare o minimizzare la violenza di genere.

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