La Cosa Nostra del Belice a processo, inflitti 57 anni di carcere

Assolti Leonardo Ficarotta e Paolo Vivirito, rispettivamente di 39 e 41, entrambi di San Giuseppe Jato

La mafia della Valle del Belice sotto processo al Tribunale di Marsala. Ieri sono arrivate sei condanne e due assoluzioni per un totale di oltre 57 anni di carcere nell’ambito dell’operazione antimafia Pionica del marzo 2018.

Le condanne del processo Pionica

Sono 19 gli anni di reclusione più 4 di libertà vigilata dopo la scarcerazione inflitti a Salvatore Crimi, 62 anni, presunto capomafia di Vita. Diciotto anni e 4 mesi, invece, in continuazione con una precedente condanna ormai definitiva (14 anni e 4 mesi nell’ambito del processo Ermes ai cosiddetti “postini” di Messina Denaro, sono stati inflitti a Michele Gucciardi, 67 anni, presunto capomafia di Salemi.

Tra gli altri imputati Gaspare Salvatore Gucciardi, 58 anni, di Vita (10 anni), Ciro Gino Ficarotta, 68 anni, di San Giuseppe Jato (8 anni), Crocetta Anna Maria Asaro, di 49 anni, e Leonardo “Nanà” Crimi, di 26, moglie e figlio di Salvatore Crimi, entrambi a piede libero e accusati di intestazione fittizia di beni, sono stati condannati a un anno e 4 mesi ciascuno con pena sospesa.

Due le assoluzioni

I giudici marsalesi hanno assolto Leonardo Ficarotta, figlio di Ciro Gino, e Paolo Vivirito, rispettivamente di 39 e 41, entrambi di San Giuseppe Jato. In tutto l’accusa aveva richiesto oltre 83 anni di carcere.

L’operazione Pionica prende il nome da una contrada di Santa Ninfa dove c’è un’azienda di 60 ettari appartenuta a Giuseppa Salvo, ex moglie di Antonio Salvo, nipote dei noti esattori coinvolti in inchieste di mafia. Per l’accusa, Michele Gucciardi e il 61enne agronomo vitese Melchiorre Leone, condannato in abbreviato a 9 anni e 4 mesi, avrebbero prima scoraggiato i possibili acquirenti dell’azienda e poi, dopo che l’alcamese Roberto Nicastri, fratello del «re dell’eolico», dopo averla comprata all’asta per 130 mila euro per rivenderla per 530 mila euro alla «Vieffe» dei palermitani Vivirito e Ficarotta, preteso per questi ultimi i diritti di reimpianto dei vigneti. I cosiddetti «catastini», che la Salvo, parte civile nel processo, con l’assistenza dell’avvocato Valentina Favata, sostiene che avrebbe potuto vendere e con il ricavato pagare i debiti dell’azienda e mantenere la proprietà dei terreni. Proprio grazie a quei «catastini» la «Vieffe» ottenne due finanziamenti comunitari: uno di 420 mila e l’altro di 120 mila euro.

Solo due parti civili ammesse a risarcimento: Comune di Salemi e Giuseppa Salvo.

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