Da Palermo a Dubai nel mezzo di una guerra: «Ho aperto casa a 14 italiani, da brava palermitana»

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Mentre i cieli degli Emirati Arabi Uniti si riempiono di boati e i sistemi di difesa intercettano missili iraniani, una ragazza palermitana di 29 anni sceglie di non restare a guardare. Giorgia Accolla, imprenditrice, vive con il compagno in un emirato a circa cinquanta minuti d’auto da Dubai. E quando lo spazio aereo si è chiuso e i voli sono stati cancellati a migliaia, lasciando a terra decine di migliaia di italiani nel panico, lei ha fatto una cosa semplice: ha aperto la porta di casa. Dentro ci sono entrati in quattordici.

«Per uno strano caso del destino, sabato — il giorno in cui è iniziato tutto — avevamo organizzato una gita ad Hatta», racconta Giorgia. «Eravamo un gruppo di quindici italiani. Una scelta casuale, ma oggi la vedo in modo diverso: come se qualcosa ci avesse tenuti lontani dal centro, da zone come Dubai Marina».

Durante il rientro cominciano a girare i primi video, i primi messaggi di allerta. La paura arriva in fretta. «È stato un po’ come ai tempi del Covid: all’inizio non realizzi davvero la portata di quello che sta succedendo», spiega l’imprenditrice. Poi arrivano le comunicazioni ufficiali direttamente sui telefoni: restare in casa, non avvicinarsi alle finestre, seguire gli aggiornamenti in tempo reale.

Fuori, la situazione è surreale ma — sottolinea lei — non apocalittica. «Esci e senti i boati, vedi aerei caccia sopra la testa, esplosioni in aria e qualche detrito che cade». Nei cieli emiratini vengono intercettati numerosi missili iraniani, ma Accolla ci tiene a fare chiarezza: «Non è la normalità, ma non ci sono stati attacchi ai simboli della città. Solo intercettazioni in volo».

È nel mezzo di quella notte caotica, tra sabato e domenica, che Giorgia decide di fare qualcosa. Scrive ad amici e conoscenti che vivono nelle zone percepite come più esposte, nel cuore di Dubai. Alle tre di mattina arriva la prima risposta: «Mandaci l’indirizzo, stiamo arrivando». In poche ore la casa si riempie. Amici, conoscenti, ma anche italiani bloccati agli Emirati che cercano semplicemente un posto dove non essere soli.

La situazione continua a cambiare, ma la terza notte porta con sé qualcosa di più simile alla calma. «Ci sentiamo un po’ più sollevati. Le ultime notifiche rassicurano sull’assenza di intercettazioni in corso. A mente lucida posso dire che la stanno gestendo abbastanza bene», dice Accolla.

Nel frattempo la vita si riorganizza nell’appartamento trasformato in rifugio: pasti condivisi, telefoni sempre in mano, momenti di silenzio e qualche tentativo di sdrammatizzare. «Da brava palermitana non ci ho pensato un attimo: ho voluto tendere una mano a chiunque fosse in difficoltà. È dura, ma stiamo affrontando tutto insieme».

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