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Home » Neonata muore in grembo, ginecologo dell’Asp di Palermo condannato a risarcire
Cronaca

Neonata muore in grembo, ginecologo dell’Asp di Palermo condannato a risarcire

di Redazione Web
Pubblicato 12 Aprile 2023
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lettura in 2 minuti

Una neonata muore prima del parto e un medico dell’Asp di Palermo viene condannato. I giudici della Corte dei Conti della sezione giurisdizionale per la regione siciliana presieduti da Vincenzo Lo Presti hanno condannato un ginecologo a risarcire l’Asp di Palermo con 80 mila euro per il danno provocato all’ASP chiamata a risarcire la mamma di una neonata morta all’ospedale di Partinico, nel Palermitano.

Secondo quanto accertato dai giudici, il medico in servizio all’ospedale Civico di Partinico, nell’agosto 2010 non avrebbe valutato con attenzione gli esami eseguiti su una giovane partoriente e non si sarebbe accorto della sofferenza fetale della bimba nata morto dopo il cesareo eseguito l’indomani. Secondo una relazione dei periti nominati dalla procura di Palermo, il tracciato eseguito dal medico avrebbe dovuto destate allarme e la donna non doveva essere dimessa. La sofferenza fetale era chiara già al momento della lettura del tracciato. Il medico si è difeso affermando che il reato per cui è stato condannato a sei mesi è di procurato aborto e non di omicidio colposo e che eventuali responsabilità, se ce ne fossero, sarebbero dovute essere divise con tutti i medici in servizio in quei giorni nel reparto di ginecologia.

Per la procura diretta il medico andava condannato al risarcimento nei confronti dell’azienda sanitaria, una tesi accolta dai giudici contabili di primo grado ci sono pochi dubbi sulla responsabilità del medico su quanto successo. “La mamma di 20 anni viveva una condizioni di profondo dolore – spiegano i giudici – era stata abbandonata dal padre della bimba dopo la gravidanza e inserita in comunità. Il patrimonio documentale su cui il collegio è chiamato a confrontarsi dimostrano il massimo grado di sofferenza patito dalla giovane mamma per come acuito da una relazione madre-figlia (che doveva già essere) di particolarissima intensità”. La sentenza di primo grado potrà essere appellata.

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