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Il lenzuolo al collo e il suicidio, il giovane detenuto avrebbe chiesto cure

Il giovane detenuto si è tolto la vita all'interno della sua cella del carcere Ucciardone di Palermo

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Oggi un ragazzo di 25 anni si è tolto la vita legando il suo collo a un lenzuolo bianco. Era detenuto nel carcere Ucciardone di Palermo. Circa un anno e mezzo fa l’avvocato del ragazzo aveva presentato delle istanze perché venisse seguito. Il timore era che potesse farsi male o addirittura suicidarsi. Oggi la triste notizia. Lo dice Eleonora Gazziano, responsabile regionale per i Diritti Umani e civili della Democrazia Cristiana Nuova in Sicilia.

Il dramma del detenuto

Come abbiamo raccontato questa mattina LEGGI QUI, il giovane detenuto si è tolto la vita all’interno della sua cella. Il ragazzo avrebbe utilizzato le lenzuola per suicidarsi. La drammatica scoperta questa mattina da parte della polizia penitenziaria durante i normali controlli all’interno delle celle.

L’allarme sulla situazione delle carceri in Sicilia

“Palermo avrà il garante per i diritti dei detenuti ma la giustizia continua a essere accanita nel suo stile farraginoso, e io ho paura che anche questa misura risulti insufficiente”. La Gazziano evidenzia lo stato di sovraffollamento delle carceri siciliane. “E nonostante Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’associazione Antigone, ci dice che il tasso di atti di autolesionismo è il più alto degli ultimi due decenni, abbiamo intravisto la luce, nella proposta di Giachetti, nelle interlocuzioni con la Ministra Marta Cartabia e del Dott. Bernardo Petralia (già capo del DAP)”.

“Abbiamo legato la nostra speranza alle parole del presidente Mattarella sulla riforma della giustizia – prosegue -. Ma la nostra speranza non ha cambiato il destino di un ragazzo di 25 anni con problemi psichiatrici ‘morto per pena’. Il suicidio di una persona privata della libertà annuncia il fallimento più evidente del ruolo rieducativo dello Stato”.

“Perché uno Stato di diritto non può esercitare il proprio monopolio attraverso la forza, legittimando l’utilizzo della violenza stessa ignorando la conciliazione umana tra l’esigenza di salvaguardare il corpo e la salute del reo. Uno Stato che tortura attraverso la forza e la negazione dei diritti umani anche difronte a un malato psichiatrico di 25 anni è uno stato che si delegittima da solo perché insensibile. La più grande disumanità del nostro tempo è – conclude – la mancanza di umanità”.

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