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San Giuseppe Jato, sequestro di mezzo milione alla Cogesi

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La guardia di finanza di Partinico ha sequestrato beni per mezzo milione di euro riconducibili alla ditta del settore rifiuti Cogesi.

È un sequestro per equivalente quello eseguito dalle fiamme gialle nei confronti di Valentina Mangiano, 25 anni, compagna di Stefano Lo Greco, 34 anni, imprenditore di San Giuseppe Jato del settore dei rifiuti colpito nelle scorse settimane da una interdittiva antimafia.

Come riporta il Giornale di Sicilia, secondo la ricostruzione dei finanzieri della compagnia di Partinico che si sono occupati dell’indagine, la giovane quando era rappresentante legale della Cogesi avrebbe utilizzato schede di carburante false per attestare costi in realtà mai sostenuti e dunque pagare meno tasse. La donna quindi è indagata per dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. I militari su delega della procura di Palermo hanno eseguito un provvedimento d’urgenza bloccando uno yacht cabinato “Azimu” fermo al porto di Castellamare del Golfo e un acquascooter, valore complessivo circa 230 mila euro.

Sotto sequestro anche alcuni crediti vantati dalla società Cogesi nei confronti del Comune di Partinico per altri 200 mila euro, più quote societarie di altre due società: il cento per cento della «Green Company» e l’80 per cento della «Clean System», con sede a San Giuseppe Jato, entrambe sottoposte a interdittive antimafia.

Nei mesi scorsi la Cogesi esatta sottoposta a sequestro nell’ambito di un a indagine per evasione fiscale e a settembre è stata vittima di un incendio di compattatori e altri mezzi parcheggiati in un deposito di San Giuseppe Jato.

La nuova inchiesta riguarda il periodo durante il quale Valentina Mangano, nella sua qualità formale di amministratrice pro tempore della Cogesi, aveva annotato in contabilità, e portato in dichiarazione, dei costi relativi agli anni d’imposta 2016 e 2017 derivanti secondo l’accusa da alcune schede carburanti fittizie.

Nel corso degli accertamenti fiscali, queste schede però non sarebbe state esibite ai militari, con una giustificazione molto semplice da parte dell’azienda: erano state smarrite. I finanzieri però sono andati avanti con i controlli. E così, sempre secondo la ricostruzione dell’accusa, è saltata fuori una copia dei documenti ed è emerso che erano falsi.

Gli investigatori sono giunti a questa conclusione tramite dei controlli incrociati in una azienda di rivendita di carburante. In tutto 94 sarabbero le schede false finite nella dichiarazione fiscale del 2016 e 193 nel 2017, per un costo fittizio globale, mai in realtà effettivamente sostenuto, di oltre un milione di euro. L’imposta complessivamente evasa ammonta a circa 480 mila euro, cioè l’importo del sequestro per equivalente eseguito dai militari.

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