Oggi è l’Arancina Day (femmina), spunta il sole a Palermo

In tutta la Sicilia il 13 dicembre porta alla mente anche storia e antiche leggende di grande fascino

Secondo l’Accademia della Crusca l’Arancina è “fimmina”

Oggi è l’Arancina Day, il giorno dell’arancina, è Santa Lucia. Una delle tradizioni gastronomiche più sentite a Palermo dopo quelle legate a Santa Rosalia ed è anche il giorno che per i buongustai apre la serie di abbuffate che portano a Natale e Capodanno.

Camminando per le strade di Palermo già di buon mattino si può essere avvolti dal profumo di arancine di riso nelle varianti con carne o burro (in realtà prosciutto e mozzarella), ma anche spinaci, salmone, gamberi, pollo e un’altra infinità di tipologie (comprese quelle dolci). A decine le varianti proposte dai locali specializzati.

In tutta la Sicilia il 13 dicembre porta alla mente anche storia e antiche leggende di grande fascino. Quelle legate a Santa Lucia, la santa siracusana, e al miracolo del grano arrivato per nave a risolvere una grave carestia a metà del 1600. E ci sono anche tutte le leggende e tradizioni sull’origine dell’arancina, talmente collegata a questo giorno che in molti casi è stato ribattezzato Arancina-Day: radici forse arabe o forse molto più recenti.

Gli Arabi, infatti, insieme al riso e allo zafferano introdussero l’usanza di appallottolarlo e condirlo con erbe e carne, uso proseguito sotto l’egida di Federico II alla cui corte sembra sia nata l’idea della panatura croccante.

 

Una offerta passata attraverso i secoli che piace molto anche ai turisti italiani e stranieri alla ricerca delle specialità locali. Il gusto dell’arancina? Dai classici alla carne, al burro e agli spinaci fino alle ultime rivisitazioni al pesce spada, al salmone, al pollo, alla porchetta e chi più ne ha più ne metta.

Quando si parla di arancine non si può tacere dell’eterna disfida sul nome che contrappone Palermo (dove appunto si usa il femminile) a Catania (dove rigorosamente esistono solo gli arancini). Qualche anno fa della questione si è occupata anche l’Accademia della Crusca. Un parere che lascia aperte entrambe le soluzioni.

La studiosa Stefania Iannizzotto, ha ricostruito l’origine linguistica e culinaria del timballo siciliano per capire qual è la soluzione corretta.

Quando si parla di arancino, il riferimento è al frutto dell’arancio al maschile: un passaggio storicamente naturale, tant’è che anche in altre regioni d’Italia si usa “arancio” per dire “arancia”, nel parlato dialettale. Il primo riferimento storico a questo lemma (al maschile) si trova nel Dizionario Moderno del Panzini nell’edizione del 1942 e, da allora, è stato ripreso in molti altri dizionari, è stata utilizzata dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali quando si fa riferimento ai Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani, ed è anche il modo in cui il commissario Montalbano chiama, in televisione e nei libri, queste delizie di riso.

La ricerca dell’Accademia della Crusca, però, non si esaurisce qui: infatti, il femminile viene percepito come più naturale e corretto in tutta la penisola, perché in italiano corrente è normale far riferimento al frutto di un albero al femminile; ad esempio la pesca come frutto del pesco, o la mela del melo, la pera del pero e via dicendo.

Volendo, dunque, arrivare al nodo della questione, la Iannizzotto in realtà risponde che si potrebbe sì concludere che “chi dice arancino italianizza il modello morfologico dialettale, mentre chi dice arancina non fa altro che riproporre il modello dell’italiano standard.”

Con un colpo al cerchio e uno alla botte, l’Accademia della Crusca dunque fornisce una risposta che non scontenta nessuno e autorizza tutti a continuare a chiamare il “pasticcino di riso ripieno” a proprio piacimento, specificando che “il nome delle crocchette siciliane ha sia la forma femminile sia la forma maschile”.

fonte Gds

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