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Mafia, sequestro di beni in Thailandia a Roberto Palazzolo: è il cassiere della mafia

Un piccolo segnale nella lotta alla mafia

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Un conto corrente in una banca tailandese è stato bloccato dalle autorità del luogo con dentro una cifra che si aggira sui 40 mila euro

Arriva il primo sequestro per Vito Roberto Palazzolo, il finanziere di Terrasino considerato uno dei cassieri dei boss corleonesi. Sequestrare le ricchezze del cassiere di Riina e Provenzano in Su Africa è un’impresa faraonica poichè lo Stato africano non riconosce il reato di mafia. Ora però sembra che qualcosa stia iniziando a muoversi. Dopo anni di inerzia c’è un’autorità estera che ha deciso di bloccare una parte, seppur piccola, dei patrimoni dei boss. 

Un conto corrente in una banca tailandese è stato bloccato dalle autorità del luogo con dentro una cifra che si aggira sui 40 mila euro. Un fatto simbolico se si pensa alla cifra irrisoria ma un passo in avanti se si pensa che nemmeno Giovanni Falcone era riuscito a sequestrare i patrimoni dei mafiosi all’estero. Ora le indagini condotte dalla direzione distrettuale antimafia e dal nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza mirano a scoprire le “miniere” d’oro dei mafiosi nascosti all’estero. 

Nel caso di Palazzolo il provvedimento di sequestro è emesso dalla Corte reale civile della Thailandia dopo una rogatoria internazionale avviata anni fa dalla procura di Palermo. Palazzolo è stato condannato in via definitiva, nel 2009, a nove anni di reclusione per associazione di stampo mafioso. Venne arrestato a Bangkok nel marzo 2012, dopo una latitanza all’estero durata oltre venti anni, nel dicembre 2013 è stato estradato in Italia per scontare la pena. Attualmente è in affidamento ai servizi sociali in Lombardia.

È considerato l’uomo che ha riciclato gli immensi profitti di uno dei più grossi affari di mafia, forse il più grosso, ovvero la «Pizza Connection». Un gigantesco traffico di eroina tra l’estremo oriente, la Sicilia e gli Stati Uniti, le cui indagini furono coordinate proprio da Giovanni Falcone e dal procuratore distrettuale di New York Rudolph Giuliani, tra il 1979 e il 1984.

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